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Cassola e il disarmo: la letteratura non basta

A Cassola toccò la stessa sorte vissuta negli anni precedenti da Pasolini, fatta di avversione, ostilità, isolamento. Con rare eccezioni, questo fu l'atteggiamento dell'ambiente intellettuale al quale era da sempre appartenuto, e da cui si aspettava un convinto appoggio al suo impegno per il disarmo. Disarmo caparbiamente ribadito con scritti e conversazioni, fino a quando ne avrà le forze, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a oltre la metà degli anni Ottanta; disarmo colto nella sua drammatica urgenza non più dilazionabile, e che lo porterà a fondare anche una Lega disarmista.
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Terrorismo rosso: la sinistra eversiva nell'Italia repubblicana

La storia del terrorismo rosso, dagli anni di piombo al ritorno delle Br con gli omicidi di D'Antona e Biagi. Un campo minato di depistaggi e inquinamenti, mistificazioni e patti di silenzio, la cui ragion d'essere va rintracciata nelle diffuse complicità di cui i gruppi armati poterono godere. Su due fronti distinti e paralleli: da una parte le contiguità, cioè le vicinanze ideali e materiali di un'area solidale o comunque compiacente; dall'altra le strumentalizzazioni volte a utilizzare il sovversivismo per logiche di potere.

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“Capitale corrotta = nazione infetta”. Il saggio su Arrigo Benedetti fondatore e direttore dell’Espresso di Alberto Marchi

 

Il direttore dell’Espresso Arrigo Benedetti e Manlio Cancogni nel 1955 raccontarono gli affari del sindaco ingegnere e palazzinaro, Mister 400 miliardi, Salvatore Rebecchini, in una capitale d’Italia corrotto e infetta.

Pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro in uscita per Tra le righe libri “L’ostinazione laica. L’esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti” (pagg. 220 – euro 15,00 – ISBN 9788899141202).

 

L’impatto dell’«Espresso» nell’opinione pubblica e nella vita politica nazionale fu ben presto incisivo. Sul numero dell’11 dicembre 1955 Arrigo Benedetti lanciò in prima pagina il titolo destinato a entrare nel lessico giornalistico nei decenni a venire: Capitale corrotta = nazione infetta. È una delle pagine insieme più famose e più alte del nostro giornalismo del dopoguerra. Questo slogan introduceva all’inchiesta di Manlio Cancogni che veniva pubblicata a pagina 3 di quel numero, intitolata Mister 400 miliardi. Cancogni si sarebbe dovuto limitare in origine ad un ritratto del sindaco di Roma  Salvatore Rebecchini, uomo politico democristiano che di professione faceva l’ingegnere ed era anche assistente universitario, e che veniva considerato come un uomo molto legato al Vaticano. L’inviato dell’«Espresso» però non fu ricevuto nonostante una lunga anticamera. Non potendo intervistare il sindaco di Roma, Cancogni si mise perciò a studiare con attenzione la documentazione che sul fenomeno colossale della speculazione edilizia nella capitale aveva raccolto il consigliere comunale ed ex assessore della giunta capitolina Leone Cattani, che nelle sedute consiliari aveva più volte denunciato le malversazioni degli speculatori a danno dei cittadini. Ne venne fuori così un’inchiesta clamorosa, che in modo estremamente chiaro e diretto illustrava il meccanismo che permetteva alla Società Generale Immobiliare, le cui azioni erano di proprietà al 50% del Vaticano, di lucrare profitti immensi con la complicità del Comune:

Un vano a Vigna Clara − scriveva Cancogni − si vende a 1.300.000 lire. Il costo, si valuta 650.000 lire. Il margine va per metà alla Società edilizia Vigna Clara che ha costruito il quartiere, e per metà alla Società Generale Immobiliare, proprietaria dei terreni e che ha fatto il piano regolatore, subentrando al Comune, e ha dato alla zona il suo carattere di residenza di lusso. Oggi, grazie a questo nucleo così spiccatamente signorile, e naturalmente grazie ai lavori del Comune che oltre ad avere fatto la grande arteria di raccordo con la vecchia Cassia, ha portato sul luogo tutti i servizi, l’Immobiliare vende i terreni intorno a Vigna Clara a 40.000 lire al metro quadrato. Li aveva comprati a prezzo agricolo, intorno alle quattrocento lire.

Cancogni metteva in evidenza in modo esemplare un dato sconcertante: mentre le società immobiliari private (le maggiori, come la Società Generale e quelle minori ad esse collegate) costruivano quartieri di lusso che il Comune forniva di tutti i servizi, la vita dell’intera popolazione era compromessa. Roma, infatti, raccontava Cancogni, non aveva uno vero e proprio sviluppo industriale: 28 mila famiglie vivevano ancora nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, e oltre trecentomila famiglie erano costrette a pagare affitti a prezzi elevati, sproporzionati alle loro possibilità, oppure adattarsi a vivere in case vecchie, prive di servizi e spesso fatiscenti.

Per contro il Comune, anche per le spese necessarie a dotare le immense aree della lottizzazione dei servizi necessari, si era indebitato in modo consistente, dovendo pagare una quantità di denaro ingente di interessi. Per onorarli non bastava il gettito complessivo annuale delle imposte dirette.

Ciò che però spesso viene trascurato nelle ricostruzioni storiche o giornalistiche di questa magistrale inchiesta è il dato della continuità: «L’Espresso» non si limitò a pubblicare un articolo lasciando cadere la notizia, come sempre più spesso avviene nel giornalismo contemporaneo, senza dare un seguito di attenzione a fatti tanto eclatanti. Benedetti, al contrario, anche dopo un nuovo articolo di Cancogni che comparve nel gennaio del 1956, incalzò ripetutamene Rebecchini a intervenire pubblicamente su quanto raccontato dal suo giornale. Ma il sindaco non fece sentire mai la sua voce. Tanto è vero che di lì a pochi mesi la copertina del numero dell’8 aprile 1956 del settimanale romano, riproponendo il celebre slogan Capitale corrotta = nazione infetta, amaramente constatava: «La risposta di Rebecchini non c’è stata». Nell’occhiello «L’Espresso» precisava: «La nostra non è una gara con il sindaco, ma una campagna di interesse generale: invochiamo perciò sull’amministrazione di Roma un dibattito parlamentare». Era questo il vero obiettivo di Benedetti: fare della corruzione di Roma un caso esemplare.  Egli intendeva generare un dibattito nell’opinione pubblica che servisse a far prendere coscienza della gravità della situazione. Vi ravvisava pericoli per la democrazia e per le condizioni economiche e sociali della popolazione, insiti in comportamenti di quei pochi che per soddisfare le loro brame di ricchezza e di potere contribuivano a tenere in condizioni penose le decine di migliaia di diseredati sprovvisti di una casa.

L’affondo di Benedetti nei confronti del sindaco fu pertanto diretto ed inequivocabile. Nell’articolo appena citato, pubblicato in prima pagina con la data dell’8 aprile, a sua firma, scriveva:

Dunque l’ingegner Salvatore Rebecchini, sindaco di Roma, non ha risposto alle nostre accuse: l’avevamo incolpato di gravissime responsabilità amministrative, avevamo indicato in lui il rappresentante (diretto o indiretto è difficile dirlo senza un dibattito pubblico) di una clamorosa corruzione, avevamo descritto in che modo, nell’amministrazione municipale romana, l’interesse particolare abbia avuto sempre il sopravvento su quello generale; ma Rebecchini non ha risposto. Quando nel n. 11 anno I dell’«Espresso», il nostro redattore Manlio Cancogni descrisse con molto realismo ciò che succede nella divisione urbanistica del Comune, alcuni lettori scandalizzati ci domandarono se non avevamo per caso esagerato. Rispondiamo ora: non esagerammo.

Se la risposta di Rebecchini non era mai giunta, arrivò però la reazione della Società Generale Immobiliare e del suo presidente Eugenio Gualdi, anch’egli ingegnere, che querelò Cancogni per  diffamazione. I passi dell’articolo di Cancogni che avevano indotto l’Immobiliare a portarlo in tribunale erano principalmente questi: «Certo non è facile in Campidoglio resistere a una potenza come l’Immobiliare. I funzionari comunali, i tecnici, i membri della commissione ricevono stipendi assai bassi». Nel processo che ne seguì fu incriminato anche Arrigo Benedetti, inizialmente quale direttore responsabile del giornale, ma poi anche per concorso in diffamazione specifica: era avvenuto che nella prima udienza il direttore aveva personalmente precisato di aver partecipato attivamente alla preparazione del materiale dell’inchiesta1, facendo dunque una sorta di confessione non tanto della propria responsabilità, quanto sicuramente del suo coinvolgimento diretto nell’inchiesta.

La vicenda ebbe una vasta risonanza, sia nel mondo della stampa sia nel mondo della politica. «L’Espresso» aveva portato sotto i riflettori di un vasto pubblico fatti intorno ai quali le denunce e le polemiche aspre non erano mancate negli anni immediatamente precedenti. 2

Nel 1956 i giornali italiani seguirono da vicino il processo intentato a Benedetti e Cancogni. Le udienze furono alcune decine e alla fine del primo grado di giudizio la sentenza della IV sezione del Tribunale di Roma (29 dicembre 1956) fu di assoluzione per insufficienza di prove. L’Immobiliare ricorse in appello, come pure Benedetti e Cancogni che non erano soddisfatti di un verdetto che lasciava il dubbio di una possibile responsabilità diffamatoria. Ma l’esito del processo di secondo grado fu clamoroso: la Corte di appello romana infatti, il 23 dicembre 1957, ribaltò la sentenza del tribunale e condannò entrambi a otto mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 70.000 lire. Ancora una volta vasto fu lo scalpore suscitato da questa decisione.

 

Note

I resoconti dei quotidiani dell’epoca costituiscono una fonte cospicua di notizie sul processo intentato a Cancogni e Benedetti: il risalto che il caso ebbe nella stampa italiana fu di vasta portata. Per i particolari circa l’incriminazione di Benedetti per un titolo «proprio», oltre che per la responsabilità oggettiva di essere il direttore responsabile della testata sulla quale era stato pubblicato l’articolo oggetto di denuncia, si veda «L’Unità» di giovedì 15 novembre 1956: «Il processo sulle speculazioni edilizie riprende oggi dopo una pausa di quattro mesi» (pag. 5).

2 Per una ricostruzione delle vicende della speculazione edilizia a Roma nel secondo dopo guerra, si veda V. De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi Rx, Roma, 2013. Fiorentino Sullo (1921-2000) fu ministro dei Lavori pubblici dal 1962 al 1963 e in tale veste si fece promotore di una riforma urbanistica giudicata molto avanzata, che però fu sconfessata dalla segreteria nazionale della Democrazia cristiana nel 1963.

 

Arrigo Benedetti, nacque a Lucca nel 1910. Esordì in letteratura sulla rivista «Il Selvaggio», diretta da Mino Maccari. Nel 1937 con Leo Longanesi fu redattore di «Omnibus». Nel 1939 fondò, con Mario Pannunzio, «Oggi», soppresso dalla censura nel 1942. Nel 1945 fondò «L’Europeo» e poi, nel 1955, «L’Espresso».

***

 

I nuovi saggi di Vincenzo  Pardini prefazione a Guida alla Saggezza.

Fin dai tempi antichi, gli uomini saggi  sono stati tenuti in debita considerazione. A loro si rivolgeva la gente per apprendere quanto non sapevano. I saggi, a cui oggi si sono sostituiti gli intellettuali, non erano molti, ma quei pochi erano figli della storia, che avevano appreso dagli anziani, cultori della parola intesa come eredità da tramandare.

Gli autori di questo libro, coi loro racconti, ci riportano  indietro nel tempo alla stregua di quei vecchi saggi, perché è dalla forza, dalla inesauribile forza del passato, che fanno emergere gli avvenimenti. Ognuno, con stile e approccio personale, affronta  argomenti  diversi. Gran rilievo, viene dato agli eventi bellici dell’ultima guerra, che tanti segni hanno lasciato nella memoria collettiva.

Il libro inizia con una riflessione di Andrea Giannasi   sulla strage di S. Anna di Stazzema perpetrata dai nazifascisti. 

Vicende note, ma che ogni volta che se ne riparla tornano inedite, in virtù  del misterioso potere che  sprigionano le parole quando inseguono una verità intrisa di dolore; il dolore della morte violenta, il cui sangue  ricade, sempre, su tutti.

Daniele Vogrig ci intrattiene sulla figura di Giacomo Puccini.

Lo fa ripercorrendone la vita, le opere e le passioni. Tra cui quella del mattone. Il Maestro andava infatti di continuo alla ricerca di case solitarie, immerse nella quiete; se non le acquistava, vi stata in affitto, oppure ospite di qualche amico.

Ne esce un ritratto nitido, che fa sentire Puccini più che mai nostro conterraneo.

Nicola Bibilotti  rivisita Viareggio nel 1921, quando il fascismo stava  sempre più  imponendosi con la violenza e il disprezzo  verso coloro che non ne condividevano né l’ideologia né i metodi. Le figure degli squadristi, e quel loro nero vestire nell’anima e nel corpo, le incontriamo in queste pagine come nelle sequenze di un documentario. Bella anche la trama della storia, che il lettore deve scoprire da sé, per meglio  comprendere quanto quell’epoca, e quegli eventi, siano ancora oggi da esecrare, perché continuano a riproporsi, sebbene sotto altre spoglie.

La mattina del 15 ottobre del 1895 alla stazione di Lucca  scesero dal treno, provenienti da Livorno, un uomo e una donna, con diversi bagagli, tra cui una gabbia  di uccelli e un cane di mezza taglia, bianco e nero, al guinzaglio. Era ad attenderli un vetturino che, premuroso, li fece salire su una diligenza trainata da un solo cavallo. I viaggiatori erano Giovanni Pascoli e sua sorella Maria. Su di loro, e sul loro arrivo a Castelvecchio, si sofferma Sara Moscardini, con pagine molto sentite, e che afferrano quanto accadde con Pascoli  nella Media Valle del Serchio: un evento eccezionale, perché il poeta  coglierà da quella terra cosa tiene di più nascosto:  voci e suoni  che solo gli artisti sanno udire e tradurre in parole; elettala a sua patria, vi riscoprirà l’antico fiorentino del Due e Trecento, rimasto nell’idioma della gente. Se Alessandro Manzoni andò a sciacquare i panni della lingua nell’Arno, Pascoli lo fece nel Serchio e nei suoi affluenti, catturandone i colori,  le canicole e le turbolenze invernali; dentro questi scenari, prendono corpo le sue liriche, sovente ambientate di notte, con la Luna che rende il cielo “colore di perla” e nell’aria si effonde il canto dell’assiolo. 

A Castelvecchio Pascoli trascorre, anche sotto il profilo creativo, il miglior periodo della sua vita. Morto prematuramente, Maria gli sopravvivrà fin oltre gli anni Cinquanta, senza niente toccare della loro casa. Sarebbe stato un oltraggio alla memoria del poeta.

Normanna Albertini si spinge a Borsigliana, nei paesaggi che ispirarono Pietro da Talada, il pittore che intingeva i pennelli nella robbia, dando vita a meravigliose Madonne e al trittico di Borsigliana. Un pittore che continua ad essere avvolto in un alone di mistero, forse perché aveva fatto della Garfagnana la sua Terra Santa e, da quel grande pittore che è, il suo intento era quello di dipingere Dio.

Altro illustre artista che ha frequentato la Garfagnana, con ruolo anche istituzionale, fu messer Ludovico Ariosto. Lassù  mandato, nella veste di commissario, dal duca di Ferrara Alfonso I d’Este. La Garfagnana,  divisa in fazioni, infestata da  briganti di mestiere e da caporioni politici, necessitava di essere amministrata con fermezza. Il duca vide adatto a quel compito messer Ludovico, un poeta  di gran lustro e  bravo diplomatico.

Impegno di cui egli avrebbe fatto a meno, non si fosse trovato in stringenti difficoltà economiche. Del suo arrivo in Garfagnana ci parla, con dovizia di particolari, e risvolti poco conosciuti, Vittorio Angelino, dell’Ariosto gran conoscitore. Ludovico rimase nella rocca  garfagnina  dal 1522 al  1525. Tempi non facili. Il paesaggio rupestre lo opprimeva, facendolo sentire prigioniero. Uomo di pianura, era abituato ad avere albe e tramonti in faccia. No, la montagna non faceva per lui.  Soltanto Ferrara era lo specchio della sua anima. Sovente, a difesa dei  sudditi, era costretto a ricorrere all’arma più congeniale: la penna, con la quale vergava lettere dove, l’amministratore dai forti intenti civici e morali, subentrava al poeta.  Se rileggiamo le sue cronache garfagnine, ci avvediamo di quanto sia attuale. Un interlocutore straordinario, inventore, col suo poema, del romanzo moderno.

Mario Rocchi,  prima  di mostrarci il monumento di Ilaria, si sofferma sulle bellezze di Lucca. Il viaggio inizia da Porta S. Jacopo, un tempo detta “Bu’o novo”, in quanto venne aperta nel 1930 per esigenze di traffico. Nel settembre del 1944 lo scrittore, proprio a Porta S. Jacopo, fu testimone di una scena di guerra che non avrebbe più dimenticato. Un cecchino tedesco, piazzato a terra, uccide con una sventagliata di mitra un partigiano che passa dallo specchio della Porta. Come una sorta di pellicola, dove immagini e scene non vengono mai meno, la narrazione culmina nell’incontro con Ilaria, col suo intramontabile fascino.

Il manicomio di  Maggiano è  una  mastodontica costruzione  di mattoni rossi, collocata su di un promontorio  alla stregua di un castello. Risale al 1773 ed è l’ospedale psichiatrico più antico d’Italia. Fra le sue mura hanno vissuto fino a mille degenti. Una vita difficile, la loro. La  follia, tra deliri e incubi,  li angariava come la più abietta delle versiere. Solo l’avvento degli psicofarmaci, la mitigò. Per Mario Tobino era un demone, che solo raccontandolo si poteva esorcizzare. Cosa che lui fece, con risultati unici e assoluti. Monica Dini, col suo intervento, entra dentro queste atmosfere, risvegliando gli spettri che ancora  aleggiano tra i cortili, i corridoi, e le stanze abbandonate.

Molti gli scrittori che hanno raccontato Lucca, ma pochi quelli che sono riusciti a dare voce alle sue vestigia. Bruno Giannoni, nel suo contributo, indica la strada per accedere nella Lucca antica e indenne all’evolversi del tempo. Da un vialetto sul retro dell’istituto Carlo Del Prete, lasciato alle spalle il rumore del traffico, giungiamo  davanti le Mura, che sembrano la muraglia di  una fortezza nel bel mezzo di una campagna abbandonata.

Da una postierla, passaggio un tempo riservato a guardie e sentinelle, come in un gioco di prestigio, finiamo in pazza S. Frediano, dove Giannoni fa riemergere la Lucca del 1500-1600,  coi cannoni dislocati sulle Mura, i soldati di vedetta. Finché, nella cattedrale di S. Martino, non arriviamo  di fronte al Volto  Santo e all’ascia che risparmiò dalla decapitazione un innocente  condannato a morte. La lama, nonostante la determinazione del boia, tanto che ne  piegò il tagliente, nemmeno scalfì il collo del malcapitato. Miracolo a cui Giannoni non crede. Niente da eccepire. I miracoli di Cristo, quasi sempre messi in discussione da chi vi assisteva,  erano confermati da chi li riceveva.

Questo libro, iniziato con la riflessione sulla strage di S. Anna di Stazzema, si conclude con le gesta delle donne impegnate nella Resistenza, a fianco degli uomini. Signore umili, ma l’anima grande e generosa delle madri e delle mogli votate all’amore.

Simonetta Simonetti  sa farle rivivere e muovere su  un territorio che va da Lucca fino agli estremi limiti della Garfagnana. Sono giorni terribili. Niente rientra più nei canoni della consuetudine. 

La gente vive nascosta nelle case, o in clandestinità.

Repubblichini e soldati nazisti possono comparire d’improvviso, per rastrellare, stuprare  e fucilare. Si ha paura di tutto e di tutti.

Anche dei partigiani. Il terrore si è ormai impossessato degli animi, e regna sovrano. Emergenza che le donne sembrano   gestire meglio degli uomini, prodigandosi in ogni senso, a rischio della loro vita. Infatti, alcune moriranno. Ma la fede per la riconquista della libertà, continua a spronare le altre a non arrendersi, e così fanno. Pagine che commuovono. 

Alle opere  dei suindicati  autori ho accennato, per ragioni tecniche e di spazio, con poche righe, tanto per dare un’idea dell’argomento che trattano. Il resto spetta al lettore scoprirlo.

Entrerà dentro un mondo a più voci, un mondo corale che gli farà conoscere o riscoprire aspetti  insoliti della nostra terra, memoria e cultura. Una vera e propria guida alla saggezza, la stessa  che, con manifestazioni diverse, continua a scaturire  dai nostri borghi e città. I quali sono sempre stati  amati dagli scrittori che vi sono nati, vi hanno vissuto o ci vivono:  Guglielmo Petroni, Arrigo Benedetti, Mario Tobino, Enrico Pea, Mario Pannunzio, Vittorio Pascucci, Fabrizio Puccinelli, Gino Cesaretti, Romano Luperini, Paolo Buchignani, Oriano De Ranieri, Carlo Gabrielli Rosi, Guglielmo Lera, Felice Del Beccaro, Pietro Ghilarducci, Francesca Duranti, Remo Teglia, Pia Pera, Bartolomeo Di Monaco, Giulio Simonini, Gualtiero Pia, Gian Luigi Ruggio, Giuseppe Marchetti, Giuliana Puccinelli, Roberta Martinelli, Bruno e Umberto Sereni,  Carlo Ludovico Ragghianti, Pier Carlo Santini, Fratel  Arturo Paoli, Marco Paoli, Maria Francioni.

In sintonia con loro, a me pare si siano mossi, ma seguendo nuovi tragitti, i narratori   di questa antologia, che sarebbe oltremodo utile, a mio avviso, ai ragazzi delle scuole. Vi scoprirebbero il loro passato, in ambito  storico e antropologico. Normanna Albertini scrive infatti  che, sulle montagne di  Borsigliana “è stata tutta un’invasione per secoli e millenni: Liguri, Etruschi, Romani, Goti, Longobardi, Ungari e via così. I popoli sono sempre stati nomadi e tutti hanno lasciato i segni nei volti e nell’aspetto delle genti”.

Chi siamo? Da dove veniamo? A chi assomigliamo?

Un viaggio a ritroso che, con le dovute ricerche, potrebbe farci conoscere la nostra  vera identità, rendendoci consapevoli da chi veramente discendiamo. Un modo per essere migliori e più saggi.

La saggezza della tribù divenuta popolo, nazione e continente. Insomma, la nostra identità e appartenenza che dobbiamo saper conservare.

 

 

Lo sfondo dello stand D 68 al Salone Internazionale del libro di Torino 2016.
E' stato realizzato dagli studenti del Liceo Artistito A. Passaglia di Lucca. Classe 3B Corso Arti figurative Prof.ssa Maria Teresa Biagioni.

 

 

 

 

Alberto Lori legge le Lettere dei fanti della Grande guerra.

 

NoiTV 29 gennaio 2016
Gli occhiali di Sara di Ciro Pinto al Museo della Liberazione di Lucca
 

Il Gazzettino del 23 gennaio 2016

 

Il Tirreno del 21 settembre 2105

 

L'Unità del 18 settembre 2105

 

ADNKRONOS

Intervista a Carlo Ferrucci (settembre 2015)

 

LEGGERE TUTTI settembre 2015

FESTIVAL LETTERARI
Tra le righe libri partecipa all'organizzazione dei festival Leggere Gustando e Tra le righe di Barga.

 

 

Il reportage di Pino Scaccia in Ucraina alla ricerca dei dispersi in Russia durante la Seconda guerra mondiale.





L'agenzia di stampa adnkronos ha lanciato l'articolo sull'uscita del romanzo su Giaime Pintor di Carlo Ferrucci.
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RAI UNO
Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro sul Caffè di UnoMattina.

L'intervista a Gianremo Armeni dal minuto 21,25.
Potete vederla qui.
 

LIBRERIE ARION

 

Tra le righe libri e Garfagnana editrice distribuiti a Roma nelle librerie Arion.

Quando un libraio indipendente ospita un editore indipendente

La notizia è una di quelle che cambia l’umore. E dopo il successo riscosso al Salone Internazionale del libro di Torino dove lo stand è stato preso d’assalto da lettori di qualità, i libri di Tra le righe libri e Garfagnana editrice continuano a riscuotere interesse. Ormai è ufficiale: tra pochi giorni i saggi, le storie, i diari di guerra, i romanzi, i libri curati con passione e dedizione dei due marchi editoriali lucchesi, saranno distribuiti nelle librerie indipendenti Arion di Roma. Si tratta di venti punti vendita sparsi nella capitale che rappresentano un luogo dove poter incontrare ancora libri fatti da editori di qualità. Lo scorso anno le Arion hanno ricevuto dai librai italiani, riuniti a Venezia per il corso che si tiene ogni dodici mesi, il Premio per Librai Luciano e Silvana Mauri”.
Le librerie sono Arion Eritrea, dove si trova veramente “tutto”; poi Cinecittà due; Arion Montecitorio nel cuore del nostro paese; poi Arion Testaccio, Arion Monti e Arion Prati tre quartieri storici della capitale; e ancora c’è la libreria in via Veneto e quella sulla Tiburtina.
Non poteva mancare un punto vendita specializzato per la Luiss e uno nel Palazzo delle Esposizioni; così come la Libreria Arion nelle scuderie del Quirinale.
Poi ancora Arion Store, Arion Euroma , Arion Leoniana, Arion Minerva, Arion Porta di Roma e infine la libreria presso il Policlinico Gemelli
Insomma venti librerie che hanno fatto della ricerca di libri “vivi” un punto di riferimento. E da oggi la casa editrice di Lucca Tra le righe libri e la Garfagnana editrice portano i loro libri nella capitale, offrendo ai tantissimi lettori di Roma saggi e lavori nati tra le mura della cittadina toscana.

LA NAZIONE 8 aprile 2015

INCORNICE
di Mario Rocchi (servizio di NoiTv)

 

GLI OCCHIALI SARA
di Ciro Pinto

 

 

FESTIVAL LETTERARI
Per sostenere gli 8 festival letterari tra Toscana, Puglia, Calabria e Lazio ecco la sottoscrizione con il metodo del crowdfunding.
Aderire è semplice.

NOI TV
Dialoghi intorno al saggio La guerra a Lucca (Tra le righe libri)

AGORAVOX 5 febbraio 2015
Un articolo di Marco Scipolo sul libro di Nazareno Giusti su Giovanni Palatucci.
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AVVENIRE 1 febbraio 2015

 

 

 

 

IL TIRRENO 13 ottobre 2014

LA NAZIONE (23 ottobre 2014)

FESTIVAL LETTERARIO
"La narrativa di Guglielmo Petroni" di Marina Margioni presentata al festival letterario "Un mare di lettere" il 19 ottobre a Civitavecchia (ore 18 sala "Cialdi" - Biblioteca comunale).

 

 

LEGGERE TUTTI (Ottobre 2014)

LIBERO Quotidiano
8 luglio 2014
"Giovanni Palatucci" su Libero

 

 

 

 

 

Il saggio su "Giovanni Palatucci" di Nazareno Giusti recensito su IL NADIR (3 maggio 2014)
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"Giovanni Palatucci" di Nazareno Giusti recensito su RISCOSSA CRISTIANA (23 giugno 2014)
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IL GIORNALE DI BRESCIA
24 agosto 2014